SPIRITUAL STREAMS IN CONTEMPORARY ARTS. CURRENT SITUATION IN TODAY ART - UNA RELAZIONE D’AIUTO

MA Tommasina Squadrito / Italy / - painter, philosopher

                              Una relazione d’aiuto

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   Aiuto… Aiutami! Sono parole che non sempre vengono alla luce.

   Darsi uno, farsi uno: di questo non ci accorgiamo spesso, è anche un sogno e non si modula in evidenza, si imprime disinteressatamente nelle nostre espressioni. Nella vita per frammenti che viviamo la percezione delle nostre esperienze è più complessa, sentire uno noi stessi vuol dire percorrere un groviglio denso di elementi in continuo movimento.

   E qui procedo da un pensiero che avevo accennato in una piccola nota nei Colloquy del 2009. Era una riflessione iniziale lì, ora collego altri inizi, è qualcosa che sento importante e si presta appena a essere detto.

   Chiediamo aiuto se appena riusciamo a esserne consapevoli grazie a una mancanza, a un vuoto formato nella nostra esperienza di vita.

   Credo che chiedere e dare aiuto sia fondamentale. Chiedere aiuto ad altri artisti, a chi ci è più vicino e, a volte, a chi incrociamo raramente o per la prima volta. Siamo esseri relazionali che interagiscono gli uni con gli altri. Chiedo aiuto attraverso questo colloquio per capire insieme quest’aspetto che non è soltanto la collaborazione che accade nel lavoro.    

   E’ il darsi vita l’un l’altro, dare noi stessi per chi chiede aiuto. E credo che chi faccia arte sia facilitato in questo darsi perché innamorato dell’elaborazione sensoriale.

   Spesso ascoltare, guardare, sentire, toccare gli altri (altri?) è proprio il contrario: sono guardata, ascoltata, sentita, toccata da te, da (altri). Questa passività, propria dell'artista, è l'unicum dell'arte. Quello che facciamo è un rito che trasfigura i simboli, li purifica e ci dà realtà. E questa inquietudine estetica riesce a disegnare un’intrabellezza molto interessante che ci appartiene appena rallentiamo una specie di normalità. 

   Vorrei dare valore a questa relazione d’aiuto nell'esperienza artistica. Già stare nello spazio costituisce un luogo, da una persona a due, tre, le caratteristiche si trasformano, si diversificano e quest’aspetto si può sottolineare nell’interrelazione che avviene in comunità 

che hanno formato e formano gli artisti oggi in autoidentificazioni o identificazioni esterne.

   A tutti noti sono Der Blaue Reiter, COBRA, Casa gialla, gli espressionisti astratti. Ci sono anche attuali gruppi formati da artisti, comunità virtuali, liste di attivismo hacker, UVUO, D’un art a l'autre, e interpreto anche la ricerca di una critica d’arte, Carla Lonzi, come una

 

 

relazione d’aiuto che ha dissolto, con la sua pratica, il conformismo che cede all’incomunicabilità. E il Forfest che coinvolge tanti artisti? E questi Colloquy?  

   Tutto questo è appena un accenno per sottolineare che l’aiuto si può intravedere in qualcosa che si conosce, che ci è familiare, a cui non si faceva attenzione. Spostando il punto di vista, diversi non detti appaiono come relazioni d’aiuto.

   Questa relazione, mutuata dalle scienze psicosociali, percorre trasversalmente vari ambiti (medicina, counseling filosofico, terapie psicologiche, psicanalisi, insegnamento, rapporti tra amici, fratelli, vari tipi di gruppo ecc.) e provo a disegnarla come un fuori figura del Makom, D-o come luogo in antico ebraico, concetto a cui si riferirono gli espressionisti astratti americani, soprattutto con l'apporto di Robert Motherwell. 

   Io faccio continuamente l’esperienza di chiedere aiuto, mi sembra che ogni mia parola lo sia. Così è facile che riconosca qualcuno che lo chieda a me in altre voci e, viceversa, chi chiede continuamente aiuto non è facile da avvicinare.   

  Un colore, l’indaco, mi ha aiutata in questi anni, un indaco variegato che mi ha dato il coraggio di andare avanti, di vivere.    

   Non voglio cercare di dire il mainstream ma un sogno o un suono.    

   Continuo.

   Makom e Maqam  (una struttura modale della musica araba, il luogo dove si sviluppa l'idea musicale) sono parole che mi affascinano.      

   Entrambe nascono dalla stessa radice e hanno delle vaste m, una delle lettere madri dell’alfabeto ebraico, con lettere m di apertura e di chiusura, collaborazione e ignoto continuare.

   Voglio dire che questo Makom, tra (di noi), in mezzo (a noi) è un disegno in vuoto che ci fa stare a quel luogo e a quel luogo che siamo noi in una generazione continua.       

   Delimitati da professioni, teorie, i nostri ambiti erodono la nostra sensibilità, non ci fanno rimanere umani, chi si preoccupa per noi di questo?     

   Makom-tra-in mezzo fa si che le nostre elaborazioni intellettuali, materiche, relazionali  siano sempre più sensibili, un avvio per una relazione di relazioni perché da quest’intreccio sono nate anche quando non lo si avverte o riconosce e l’apporto è intensamente individuale.    

 

 

 

 

 

 

   Le parole crescono su parole d'altri come quelle personali dai propri vissuti. Ogni linea,

colore, suono ha una relazione di conoscenza, si consegna a radici precedenti anche immediate. Quando riconosciamo che nasciamo continuamente, attimo per attimo, le sopraffazioni non hanno modo di alimentarsi e Makom si delinea come in mezzo, tra e da questa figura vuota, tra e da questo spazio, manifestando una relazione prima e determinante fra due posizioni che si incontrano.    

   E' uno spazio percettivo, un luogo fuori misura che dimensiona, dà coordinate per gli spazi sensoriali con cui si costruisce, si forma (anche ci si costruisce, ci si forma) e, fuori dalla legge dell'hybris che ci condanna alla ripetizione non creativa, stabilisce una libertà sostanziale.

   Nel lavoro Stazione Maria Zambrano  presentato al Forfest, si è creato con Eva Geraci e Lelio Giannetto, un luogo: - e l t -, e fra di noi: e-l-t.  

   Eva Geraci mi dice: Un filo dentro di me, ma anche un filo di discorso-dialogo con Lelio. Si è creato forse quel “Luogo”, di cui tu parli, in questa relazione che io sentivo anche con te anche se non eri  fisicamente con noi. E come sarebbe stato questo Luogo-Tempo se tu fossi stata con noi? Sicuramente diverso! Ma un Luogo si crea anche nella relazione con sé stessi? 

   La particella tra interpella delle istanze fondamentali dello stare e del fare: abito le linee, il punto, il luogo e, se lo abito, lo trasformo.

   E’ un affondo. Camminando, parlando, facendo le azioni più quotidiane fondo un fra, un in mezzo che chiama, che forma e disegna, che si apre con nostalgia e speranza.

   E’ un in mezzo, fra persone, cose, tensioni, stando con intensità, cosalità, concretezza nel concetto che viene espresso: dentro-fuori, lontano-vicino, alto-basso, essendo noi stessi spazio e trasfigurando queste opposizioni che diventano apparenti o momentanee.         

   Questo stare è il nostro farci spazio allo spazio, luogo al luogo e, in questo, ciò che viene in rilievo è, quasi un paradosso, lo sfondo.

   Questo stare in mezzo agli altri, ai nostri simili e dissimili, alle cose, ai luoghi, agli animali, ci dà una consapevolezza cellulare dell’importanza, della valorizzazione dello sfondo ed è un capovolgimento rispetto alla rilevanza del segno o della forma a cui siamo abituati.

   E’ importante la terra con la sua massa - c’è -, sono importanti i movimenti delle acque, l’intensità delle correnti, la fisicità delle nostre relazioni - ci sono -. Il fare, l’agire

 

 

 

 

quotidiano, il ritmo che scaturisce da movimenti completamente abitudinari: cura della

persona, degli ambienti dove viviamo e la loro organizzazione, sguardi con o senza direzione, tutte performance che hanno la valenza sacrale dei riti.

   Conversare, fermarsi, sognare.

   Questa consapevolezza del radicamento del fra, dell’in mezzo significa dare le idee, gli atti a un flusso. Abituati a spostare oggetti e confini ci viene difficile muovere idee e particelle. Eppure, anche queste, nel loro concepto sono concrete.

   Fra, in mezzo come materia – matrice, espressione e divenire, come primo punto creato, che,secondo la tradizione della Kabbalah, è Hochmah – Sapienza che si estende, diventa la Chora del Timeo di Platone, ricettacolo, alveo e impronta di ciò che nasce.

   Così, abitiamo, viviamo le linee, i punti, i colori di quello che facciamo, agiamo.  

   Abitiamo la materia con cui lavoriamo, abitiamo gli schermi, gli specchi perché la vita delle cose non ci costringa.

   Tra è preposizione, particella, prefigurazione di nome e attinenza verbale, della loro interazione.   

   Fra due persone o più è importante la forma certo, ma trovo una forma più vitale lo spazio che si crea fra di loro, la distanza che si adotta quando si parla, ci si sfiora, tocca o altro. La densità che manifestiamo, percepiamo quando il disegno è in vuoto, affonda, si ritrae o il vuoto è nell’abbraccio, se quando siamo seduti la posizione e interna o esterna.

   Questo abitare è anche spaesamento, sentirsi in esilio nella città e nel tempo in cui si è nati ed è proprio questo tra che fonda nuovi spazi, città, delinea territori, questo tra che non si vede e mette insieme microrelazioni, chi non ha - è spazio, disegnando la libertà necessaria.

   Trasmettiamo in mezzo tra esseri umani quando parliamo, mangiamo, camminiamo, dialoghiamo, ricordiamo, pensiamo e tanto altro.

   Questo fra, in mezzo, la chora platonica, sostiene ciò che diventa casa, stanza, oggetto, connessione, movimento. Ogni spazio deriva da questo luogo fremente da cui ha origine qualcosa che sentiamo come arte.

   Così, a questo punto del percorso, la relazione d’aiuto è forse qualcosa che ci appare conosciuto e sconosciuto insieme, uno sfondo di attimi che emergono e si stagliano non

 

 

 

 

 

prefigurati in una delicata posizione cognitiva.

   Un percorso conosciuto per tutto ciò che ognuno di noi stabilisce nel collegare i pensieri suggeriti qui e anche sconosciuto per l’intensità che ognuno dà e che vive in un’intimità il cui pensiero mi fa terminare qui, ringraziandovi.

 

 

 

           Palermo, 20 5 2011                                                       Tommasina Squadrito

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